Un esperimento fotografico ha messo in luce l’omologazione dei più giovani alla “bellezza digitale” sui social
La parola “selfie” è entrata ormai nel linguaggio di uso comune (la si trova anche nel vocabolario!).
A cosa è dovuto tutto ciò? Sicuramente a una società che ha dato importanza non solo alla parola, ma all’atto in sé: scattarsi un selfie è oggi talmente naturale come bere un bicchier d’acqua.
Ma questa ossessione per i selfie porta con sé anche qualcos’altro?
È quello che ha voluto scoprire il fotografo britannico John Rankin con un interessante progetto fotografico, “Selfie Harm”, ossia “Danni da selfie”.
Con questo esperimento Rankin ha voluto misurare l’impatto che i social e i selfie hanno sull’immagine, l’autostima e la percezione di sé dei più giovani.
In cosa consiste il progetto?
Il fotografo ha selezionato una quindicina di adolescenti, tutti tra 13 e 19 anni, e scattato loro delle foto. Ha poi chiesto a questi ragazzi di modificare le proprie foto, di ottimizzarle a proprio piacimento affinché fossero “social media ready”, ossia pronte per essere postate sui social media.
In circa cinque minuti, grazie a semplici App sullo smartphone, i ragazzi le hanno ritoccate e non si sono limitati al “Filtro Bellezza”.
Guarda tu stesso.

I risultati hanno mostrato talmente tante modifiche da risultare in una sorta di “bellezza digitale” o “universal face”, canoni rigidi di bellezza più propensi a catturare i like: pelle perfetta da Photoshop, labbra carnose, zigomi alti e occhi grandi.
Ma ciò che sorprende di più sono le dichiarazioni dei ragazzi: tutti hanno confessato di preferirsi al naturale, ma di vedersi quasi obbligati a postare foto di questo calibro per rendersi migliori agli occhi dei social.
Non solo i giovanissimi, anche i VIP cadono nel trabocchetto del fotoritocco: top model già bellissime che non ne avrebbero proprio bisogno, ma che comunque non postano foto senza passare per Photoshop.
Dice Rankin: «Le persone imitano, di fatto i loro idoli: rendono gli occhi più grandi, il naso più piccolo, la pelle più luminosa. Tutto ciò che piace ai social media, dove ciascuno mostra una versione bidimensionale di sé con inquadrature e luci perfette, e tutti difetti apparenti rimossi. Siamo sovraesposti a immagini iper-ritoccate: è solo una delle tante ragioni per cui stiamo vivendo in un mondo pieno di tristezza, ansia e dismorfie, soprattutto fra i giovani».
L’obiettivo di John Rankin è quello di dare voce agli effetti pericolosi che questa tecnologia sta avendo sullo stato mentale delle persone, in particolare sugli adolescenti, i soggetti più deboli.
Che si tratti di omologazione? Ansia da prestazione? Insoddisfazione?
Fatto sta che questa nuova tecnica danneggia anche il mondo della fotografia: tutti i ritratti sono diventati omogenei, “e ciò è molto triste”, commenta Rankin.
Non si pensi però che la colpa sia esclusivamente dei social. Il problema di omologazione a un modello etereo proposto dai media esiste da sempre. I social altro non sono che l’ultimo tassello di questa mentalità.
